Bambini e gestione del tempo. La imparano crescendo - Vedodoppio
Bambini e gestione del tempo

Carissimo amico Giuseppe

Ecco, siete ancora a carissimo amico Giuseppe. Sì, proprio così, a carissimo amico Giuseppe”. Cioè non avete ancora cominciato a fare quello che vi ho chiesto: a studiare, a mettere a posto la camera, a prepararvi per uscire. Ma chi è Giuseppe? Non è un compagno di scuola, un bambino, un signore che conosciamo. È un amico inventato e lontano. A cui vorremmo scrivere, forse, una lettera. Ma non riusciamo ad andare oltre le prime tre parole.

 

Bambini e gestione del tempo: la imparano con la crescita

A carissimo amico Giuseppe è una frase che ho sentito dire da piccola, ma anche da adolescente e quando ero più grande, dalla nonna A, mia mamma, dolce e determinata, ma soprattutto instancabile lavoratrice. E dispensatrice continua del suo tesoro di detti e frasi popolari spesso personalizzati per l’uso. Ce lo diceva spesso a noi fratelli, mi torna in mente oggi e lo dico pure ai miei gemelli.

 

Perché lei, sorella e gemella, ha dentro una calma che a volte fa venire l’ansia. Arriva a scuola all’ultimo minuto, setteecinquantacinque, quello utile per non essere in ritardo, ma non si preoccupa affatto se deve correre in strada con lo zaino pesantissimo (di solito non corre nemmeno), mentre io chiamo l’ ascensore, chiedo e richiedo se dentro lo zaino ha messo tutto, acqua e merenda comprese.

Guardo l’orologio sperando che rallenti o che sia avanti di qualche minuto. Mentre lei lega i lacci delle scarpe piano come se dovesse andare a giocare dalle amiche. E non so se sia solo la sua economia del tempo di bambina, la sua naturale tranquillità o il fatto che non è stata ancora arruolata dai nostri ritmi adulti con la scansione frenetica e spesso ingenerosa delle giornate.

 

Lo stimolo di portare a termine un compito

E pure lui, il fratello. È vero, salta fuori dal letto ai primi richiami, memorizza in un lampo le pagine che legge, ma mi dice anche: dopo studierò storia , dopo finirò la ricerca di arte, dopo farò gli esercizi di epica. Dopo quando? Dopo, appunto. E la risposta è dopo anche quando gli chiedo di rimediare al disastro in camera sua, di ricomporre pezzi di giochi persi e sparsi dappertutto, di andare a dormire. Ma c’è il tempo, suo, e la pratica, nostra e della scuola, della famiglia e della vita,  dove si affaccia e  muove i suoi passi.

 

Eppure la frase a carissimo amico Giuseppe mi piace proprio tanto: mi fa immaginare un futuro che non conosco, ma che voglio raggiungere  perciò continuo a seminare. Quando uso queste parole non le sento come un rimprovero più o meno serio per quello che i gemelli non hanno ancora fatto. Sono invece uno stimolo per portare a termine quello che possono ancora fare. Perché andare avanti e finire un compito, anche piccolo, è davvero una bella soddisfazione. Che ne pensate?

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