La chiamavano maternità. Un libro e due madri - Vedodoppio
La chiamavano maternità. Libro e recensione

La chiamavano maternità: un libro e due mamme

La chiamavano maternità è un libro sincero, ironico, delicato. Uno scambio fra due mamme che si confidano emozioni, ricordi, passaggi di vita. Gioie, dubbi, verità, pensieri sui figli, sulla famiglia, sulla coppia. Due donne che parlano di quell’universo grande che è diventare madri e delle imperfezioni che rendono tutto più morbido e vero.

 

La chiamavano maternità

Scritto dalla giornalista Maristella Panepinto e da Laura Ruoppolo, storica dell’arte,  La chiamavano maternità, Navarra Editore,  con la prefazione della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, parla dritto al cuore, in un alternarsi tra presente e passato. Le autrici, compagne di liceo ad Agrigento, si sono ritrovate dopo molti anni nel giornale online www.atuttamamma.net fondato da Maristella.

“L’idea del libro è nata dai tanti messaggi vocali e dalle mail che ci siamo scambiate”, dicono le autrici. Il risultato è la corrispondenza tra due amiche che fa sorridere, riflettere, identificare e anche commuovere. Si parla di gioia straripante e notti insonni, genitorialità da costruire man mano, rapporto con i nonni, con i mariti e papà. Di equilibrio in famiglia da regolare e bilanciare, vacanze quando i figli non c’erano e quelle di oggi alle prese con loro, chat di classe e feste di compleanno dei bambini. E ancora di temi intimi come la solitudine dopo il parto, l’aborto, i figli nati prematuri.

 

Il parto in anticipo, la gioia e una seconda vita

Scrive Maristella “Mio figlio è nato un sabato in cui non prevedevo di diventare mamma. Avevo invitato amici per una pizza e per vedere la partita dell’Italia”. Poi il cesareo, il bimbo prematuro, il territorio stupefacente di ritrovarsi madre. “Quando sei incinta programmi e congetturi, inconsapevole che il momento miracoloso arriva quando decide e non saranno i tuoi progetti a deviare l’onda anomala della vita”.  Risponde Laura: “mettere al mondo un figlio ti dà il privilegio di vivere una seconda volta sia per quei minuscoli particolari fisici e caratteriali che riprende da te, sia per i nuovi equilibri che si instaurano con il mondo circostante”.

 

Diventare madri e essere madri

C’è il passaggio emotivo tra diventare madre e sentirsi madre’. “Ammettiamolo, diventare mamme non è quell’esplosione di gioia che ci eravamo immaginate. È  dubbio, terrore, delirio, emozione, batticuore stanchezza, amore”, scrive Maristella.

E Laura riconosce: “quando è nata Anna, la mia prima figlia, ero convinta che avrei provato quel colpo di fulmine mamma figlio di cui tutti parlavano come l’emozione più spontanea della vita. Nulla di tutto questo. Io ero piccola, lei piccolissima, l’ho guardata con lo stesso interesse con cui guardi un paesaggio che non hai mai visto. Poi ho cominciato ad addentrarmi e ho scoperto luoghi incantevoli, ma anche oscuri di cui nessuno mi aveva mai parlato”.

 

Pidda: donna forte e minuta, esempio di fiducia per la vita

I ricordi personali occupano nel libro uno spazio importante, come quello di Pidda, bisnonna di Maristella, figura quasi mitologica. “Si è sposata ragazzina, ha avuto otto figli e ha perso il marito che lavorava in miniera quando era giovanissima. Eppure fu capace di trovare tutto il coraggio del mondo e di accaparrarsene. E tirò su quei figli così bene tanto da non perderne per strada nemmeno uno. Ho voluto parlarne anche se di lei ho solo racconti perché credo che anche in questo tempo sia un esempio di forza e di fiducia verso la vita“.

 

Il ruolo dei nonni

Ci sono riflessioni sul ruolo dei nonni. Maristella: “quando è nato Raffaele, per la prima volta in vita mia ho avuto coscienza del voler essere figlia, ho desiderato le coccole di mia madre  e ho compreso quanto sia importante per una neomamma essere contenuta, stare al sicuro perché ha bisogno di silenzio e di una mano sulla spalla. Laura: “alla nascita di un figlio corrisponde quella di un nonno e di una nonna e alla loro trasformazione. I nipoti sono elisir di lunga vita e con loro rivivono momenti di tenerezza. Ma capita anche che mettiamo in pratica loro comportamenti che ci eravamo ripromesse di evitare. Un esempio? Il divieto per i figli di fare il bagno in mare prima che passino almeno due ore dopo aver mangiato”.

 

L’importanza di chiedere aiuto

“Ce la farò da sola: che grande errore. Io ero certa di essere una Wonder Woman dell’organizzazione familiare, ma è importante chiedere aiuto”, dice Maristella, “il primo anno sarà un continuo studiarsi, prendere le misure, rubare un istante personale di felicità all’accudimento del piccino”. Laura elenca alcune delle frasi che ci si sente ripetere, ma il più delle volte sono piccole bugie. Come “non ho mai fatto una nottata in bianco oppure con i miei figli riesco a fare tutto quello che facevo prima. Pura fantascienza. A volte è complicato anche solo fare una doccia in tranquillità“.

 

Il dolore dell’aborto

La chiamavano maternità parla con sensibilità dell’aborto, del lutto nell’anima, del tempo necessario per accettarlo.  Laura: “per anni ho taciuto il mio dolore e le difficoltà di dare un fratellino ad Anna, ho cercato un perché che non esisteva. Vivere nella convinzione che ogni cosa debba andare sempre bene è l’errore peggiore che possiamo fare. Poi è arrivato Nicolò e da allora ho cercato di mettere in pratica nella vita gli insegnamenti di questa esperienza e i cambiamenti che possono aggiustare il tiro. È importante non ostacolare il dolore, meglio condividerlo”.  

 

L’amore in terapia intensiva neonatale

Maristella condivide momenti di trepidazione e ci porta nel reparto di terapia intensiva neonatale dove è stato anche suo figlio Raffaele. “Straordinaria la solidarietà e l’amicizia fra le incubatrici e i monitor. Ci si scambiano sguardi pieni di speranza, ci si confronta sui miglioramenti dei propri bambini nati prima. L’amore circola perché si è certi che sia un antidoto efficace per portare i bimbi a casa il più in fretta possibile. Quando un bambino raggiunge il traguardo di tornare a casa è una festa per tutti. Ogni bimbo licenziato rappresenta una speranza per chi resta, come dire io ce l’ho fatta, ora tocca a te”.

 

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