Ragazzi Down a scuola, una storia di inclusione

La scuola, l’inclusione e l’amicizia

I ragazzi con la sindrome di Down a scuola. E la storia di una inclusione riuscita. Di un cammino che ha visto un gruppo di bambini conoscersi in prima media per arrivare in terza con i tratti più adulti, le voci più roche, le forme più morbide e un bagaglio importante. Un racconto che parla di mio figlio, dei  compagni di classe e di Emma, una di loro, adolescente splendida e piena di vita.

 

Ragazzi con la sindrome di Down a scuola

Oggi è la giornata mondiale sulla sindrome di Down. Qui è l’occasione per condividere un’esperienza felice di scambio e l’idea che dalla scuola possono nascere spinte autentiche, esempi virtuosi, incontri fortunati.

Nella classe di cui scrivo, la terza D,  tutto è avvenuto in modo naturale, senza forzature.  Una fusione di individualità, voci, occhi limpidi, sorrisi e apparecchi ai denti che ha permesso a ogni ragazzo e ragazza di dare e ricevere un flusso di emozioni e occasioni di crescita.

Molte volte, osservando questi ragazzi, mi sono domandata che ingredienti ci sono in questa esperienza.  Ne ho parlato con Martina Fuga, mamma di Emma, ma anche responsabile della comunicazione di CoorDown Onlus e autrice di libri fra cui Lo zaino di Emma  e Giù per la salita, da pochi giorni in libreria,  scritto con Carlo Scataglini. Undici storie di vita piena di persone con sindrome di Down che hanno realizzato, anche in salita, sogni e progetti.

 

L’incontro con la disabilità

Intanto, nessuno deve rimanere indietro. “Emma ha trovato un gruppo fantastico, ma non è scontato che succeda”, dice Martina. “Ha ricevuto tanto dai suoi compagni di classe. Le occasioni di lavoro assieme sono momenti esaltanti di relazione autentica con i suoi coetanei, così come lo sono le feste di compleanno”.

Anche per i compagni di classe Emma è stata una grande risorsa. “Hanno avuto la possibilità di conoscere la disabilità da vicino, di prendere confidenza e di sentirsi a loro agio dopo un po’ di allenamento. Questo per loro sarà un bagaglio importante per il futuro e sono certa che, una volta adulti, nei loro ambienti saranno fautori di inclusione e di accoglienza”.

 

I compagni sono anche tutor

Per Emma, come per tutti i ragazzi con la sindrome di Down,  i compagni sono la possibilità di avere incontri e amicizie con un mondo fuori dalla famiglia. “Sono relazioni senza paracadute dove Emma si esprime senza timidezza e resistenze. Alcuni dei suoi compagni hanno imparato a conoscerla, è nato un rapporto privilegiato e a scuola sono tutor straordinari”.

“Posso dire che, dal primo giorno e senza mancare di rispetto agli insegnanti, Emma ha imparato più dai scuoi compagni che dai professori. Nell’età dell’adolescenza iniziano le prime simpatie e i primi innamoramenti e mi fa molta tenerezza vedere la complicità che ha con le compagne su questi argomenti”.

 

L’importanza di crescere assieme

Ora sono adolescenti e i compagni conoscono bene Emma che non è più solo la ragazzina con la sindrome di Down. “In alcuni ragazzi ho visto dei grandi cambiamenti. Prima erano più resistenti e  intimiditi, ora sono empatici e molto a loro agio. Emma ha creato buoni rapporti anche con gli altri studenti della scuola e credo sia dovuto proprio alla mediazione dei suoi compagni di classe”.

 

Relazioni più complicate nell’adolescenza

Cosa significa avere un compagno di scuola con la sindrome di Down? “L’incontro con un bambino con disabilità crea sempre un certo impatto con i coetanei“, prosegue Martina, “ma ciò che li colpisce non è la diversità, ma la particolarità. Di solito i piccolini dicono è un po’ strano, ha gli occhietti a mandorla,  si concentrano su questi dettagli, poi tirano dritto: è sempre un bambino, un compagno, un amico”.

Quando crescono, cambia il punto di vista e con gli adolescenti diventa tutto più complicato. “La diversità crea imbarazzo, non sanno come mettersi in relazione e non sono più diretti e spontanei come da piccoli. Spesso la conseguenza è l’isolamento dei nostri figli. Le competenze sono molto diverse e anche le autonomie. I compagni vanno a scuola e girano per la città da soli, mentre i ragazzi con la sindrome down vengono accompagnati a scuola dalla mamma o dal papà. E si crea una distanza che può diventare insormontabile”

 

L’educazione della famiglia

C’è l’educazione che i nostri figli ricevono in famiglia.  “È fondamentale”,  aggiunge Martina. “sai che differenza può esserci per un bambino che dice a casa ho in classe una ragazza un po’ strana si chiama Emma e i genitori gli rispondono poverina è malata è più sfortunata di te oppure la tua compagna ha la sindrome di Down, ma è una ragazza come te. Anche senza volere si può condizionare ciò che i figli percepiscono”.

“Se i genitori trasmettono ai figli gli strumenti e insegnano fin da piccoli ad accogliere tutti per quello che sono e a essere amici gentili e generosi  allora è più facile per tutti”.

 

Il compito della scuola

Oltre alla famiglia c’è la scuola. “L’ Italia è avanti rispetto al resto del mondo e siamo il paese a cui tutti guardano”, aggiunge Martina. “Qui abbiamo chiuso le scuole speciali quaranta anni fa e abbiamo  l’integrazione. Che significa inserire una persona con disabilità in una scuola regolare, e poi ci si aspetta che sia l’interessato ad adattarsi e integrarsi”.

Ma quello a cui aspiriamo è l’inclusione. “La scuola e l’ambiente devono adattarsi alle difficoltà dell’alunno e proporre supporti e strategie adatte a ognuno. Ciò vuol dire che tutti gli insegnanti, non solo chi si occupa di sostegno,  devono essere formati per poter fare inclusione: sono loro a doversi adattare alle necessità di ogni alunno perché tutti imparano in modo diverso”.

 

Insegnare l’accoglienza

Lavorare sui ragazzi di oggi nelle scuole ci garantisce la possibilità di avere adulti più consapevoli e accoglienti in futuro. “Gli specialisti e le associazioni sono convinti che sia possibile una vita piena e soddisfacente per tutte le persone con sindrome di Down. Perciò si battono per creare le opportunità giuste perché ognuno si possa esprimere a scuola, nel lavoro e nella vita”, conclude Martina.

“Perché ciò capiti occorre un cambiamento culturale. Se una società è più accogliente e predisposta ad accettare la diversità, per  i nostri  figli sarà più facile. Non si tratta di essere meno disabili, più speciali o più simili ai compagni o amici normodotati, ma di poter essere solo se stessi”.

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