Avere le mani d'oro. La manualità è innata o si impara? - Vedodoppio
Avere le mani d'oro

Le mani d’oro

Le mani d’oro. “Mamma mi porti dalla tua amica Manuela, una bravissima pittrice, a disegnare?” “Mi compri l’uncinetto e il cotone?” Per mia figlia, la sorella gemella, questi desideri sono una  costante. L’importante è usare le mani. E tu, fratello?, chiede lei.  Lui risponde tiepido. “Sì, forse, se devo costruire qualcosa magari guardo un video che mi spiega tutto”.

 

Avere le mani d’oro: è una dote innata?

La creatività mi seduce. La capacità di usare le mani per creare, pure. A volte mi mettono in soggezione. Per quella capacità di creare, costruire, riparare o anche trasformare l’oggetto più semplice e dargli una grazia nuova.

La pila di mollette in un fortino per giocare, la carta di un cioccolatino in un presepe in miniatura (una delizia), una manciata di conchiglie in una scultura. “Bisogna avere le mani d’oro“, dice sempre mia madre.

È un talento che nasce con noi? Lo ereditiamo? Lo possiamo cercare, scovare, allenare? Ne abbiamo uno o tanti? Un fatto è certo (è una mia fissazione): meglio provare da piccoli. Perché quello che si fa nell’infanzia rimane scolpito dentro, si modella in una pasta soffice e plasmabile in grado di prendere forme inimmaginabili. Poi le creazioni che nascono dalle nostre mani regalano sicurezza ed emozioni speciali.

 

Il ricordo di una nonna che con le mani sapeva fare tutto

E il ricordo va subito a me bambina e a nonna Amelia, una donna anziana e burbera.  Non era la mia vera nonna, ma la chiamavo così per l’ età e l’affetto che avevo per lei. Passava le giornate in casa seduta su una poltrona non troppo comoda e, fra le mani, aveva sempre qualcosa da fare. Una sciarpa a maglia con i ferri, una tovaglia con l’uncinetto, un quadro con gli acquarelli (il mare sempre a fare da sfondo), una scultura  con le conchiglie che le avevano regalato. E tutto le veniva bene. Molto bene. Tanto che mia madre ripeteva sempre “Lei sì che è nata con le mani d’oro”.

 

Provare e riprovare

Abitavo al piano di sotto e passavo i pomeriggi  a guardare quelle mani con le dita sottili e  la pelle raggrinzita per cercare di carpire i segreti dei suoi tanti talenti. E quando scoraggiata e ingarbugliata con il filo e le maglie dell’uncinetto dicevo  “Non ce la faccio proprio”, dai suoi occhi vivi veniva uno sguardo acceso e sempre la stessa risposta. “Chi dice che non riesce è solo un mandrone”. Ovvero, nel meraviglioso dialetto che parlava, è un pigro. “Perciò continua”. Non ricordo cosa venisse fuori, ma so che ero felice.

 

Una festa di compleanno con ago e filo in mano

Per questo una delle mie missioni speciali con i gemelli è cercare di scoprirle e stimolare queste abilità. Insieme, una prima e l’altro poi. Così, al compleanno (quest’anno sdoppiato),  per mia figlia, la sorella gemella, c’è stata una  festa con ago e filo in mano. Perline, fiori, decorazioni da cucire con la guida di Angela, ragazza pratica e fantasiosa, nel suo laboratorio creativo.

Guardavo con gusto le tante mani intente a impunturare  un filo di raso sulla rafia o ad abbinare il bottone e il colore del fiore da applicare sulla borsa per l’estate. Mi aspettavo qualche faccia annoiata. Invece, nessuna intenzione di smettere. Occhi attenti, orecchie pure, pronte a fare tesoro di istruzioni e consigli. E, alla fine: “lo rifacciamo, vero?” “Beh, certo. E la prossima volta, allora, partecipo anche io”.

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